Un paradosso contabile che rischia di mettere in ginocchio un intero settore storico. È questa la fotografia scattata dai dati definitivi sulle scommesse ippiche del 2025, appena diffusi al 1 febbraio 2026, che hanno immediatamente scatenato una feroce polemica tra gli addetti ai lavori. Nonostante la riforma voluta dal governo Meloni e l’aumento del volume di gioco, le risorse effettive destinate al sostegno della filiera (allevamenti, ippodromi, professionisti) si sono letteralmente dimezzate, mentre i profitti per i concessionari di scommesse sono volati alle stelle.
A lanciare l’allarme è Giorgio Sandi, presidente di Ippica Nuova ed ex numero uno di SNAI e Sisal, che analizza un quadro in chiaroscuro. Se da un lato la raccolta delle scommesse a quota fissa ha tenuto bene, toccando i 523,8 milioni di euro (con un aumento del 5% circa), il meccanismo di redistribuzione della ricchezza si è inceppato. Il taglio della tassazione ha avuto un effetto collaterale imprevisto: i proventi destinati al mantenimento del sistema ippico sono crollati dai 21,9 milioni del 2024 ai miseri 10,3 milioni del 2025. Anche l’Erario piange, vedendo le proprie entrate scendere da 10,9 a 5,1 milioni.
Chi ride, in questo scenario, sono le società di scommesse. I bookmaker hanno visto i propri margini operativi balzare da 40,9 a ben 55,2 milioni di euro, assorbendo di fatto quasi tutti i benefici della riforma. “L’attuale struttura non porta vantaggi agli operatori ippici”, denuncia Sandi, sottolineando come l’aumento del 10% del montepremi corse non sia sufficiente a compensare il drenaggio di risorse strutturali. La richiesta al Ministero dell’Agricoltura (MASAF) e all’Agenzia delle Dogane è ora perentoria: serve subito un tavolo di confronto tecnico per riscrivere le regole, perché un altro anno con questi numeri potrebbe decretare il collasso definitivo delle scuderie italiane.
