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Meta condannata per finte pubblicità di gioco d’azzardo nel caso Barrière

Duro colpo incassa oggi 31 gennaio 2026 il gigante di Menlo Park Meta nelle aule di tribunale francesi. Da Parigi arriva una decisione che potrebbe riscrivere le regole della pubblicità digitale in Europa. La Corte d’Appello di Parigi ha confermato integralmente la condanna contro Meta, stabilendo che la società madre di Facebook, Instagram e Messenger ha l’obbligo giuridico di impedire la diffusione di annunci ingannevoli che sfruttano marchi altrui per promuovere il gioco d’azzardo illegale.

Il caso era stato sollevato dal gruppo Lucien Barrière, colosso dell’ospitalità e dei casinò. Il gruppo aveva trascinato la Big Tech Meta in tribunale per una massiccia campagna di “spoofing”. Sulle piattaforme social apparivano infatti inserzioni che, clonando perfettamente loghi e grafica ufficiale di Barrière, ingannavano gli utenti dirottandoli verso siti di scommesse illegali e privi di licenza. I giudici hanno ribadito quanto già espresso in primo grado nell’aprile 2024. Le piattaforme non sono semplici contenitori passivi in questo contesto, ma hanno una responsabilità attiva nel filtrare contenuti lesivi per i consumatori e per la proprietà intellettuale.

La sentenza crea un precedente giuridico di enorme portata. La Corte ha specificato che la pubblicità sul gioco d’azzardo è esclusa dalle “zone franche” previste dalla direttiva sul commercio elettronico, poiché considerata parte integrante dell’organizzazione del gioco stesso. “È un punto di svolta”, ha commentato l’avvocato del gruppo Barrière, Michaël Piquet-Fraysse. “Le piattaforme non potranno più invocare l’esenzione di responsabilità prevista dal DSA (Digital Services Act) quando veicolano pubblicità di casinò online”.

La battaglia legale non si ferma qui. Mentre Meta deve già affrontare una penale di 10.000 euro al giorno per le inadempienze passate nella rimozione dei contenuti. Si attende ora la decisione della Corte di giustizia sul risarcimento economico richiesto da Barrière. Una decisione che potrebbe costare cara a Zuckerberg e segnare la fine dell’impunità per le truffe pubblicitarie sui social network.

Andrea

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