A dieci anni esatti dalla scintilla che fece deflagrare il caso Campione d’Italia, oggi 16 marzo 2026, nuove prospettive si stagliano sull’epopea del casinò. La denuncia per peculato presentata il 16/3 dell’allora 2016 contro amministratore delegato del tempo, rivelatasi in seguito totalmente infondata in Cassazione, innescò un vero e proprio tornado conclusosi con la richiesta di fallimento del Casinò. Oggi, alla luce del successo del piano in continuità e delle recenti vittorie legali dell’ex sindaco Maria Paola Piccaluga, lo scenario appare profondamente mutato.
Il fulcro del problema non risiedeva in una crisi strutturale insuperabile dell’azienda, capace di mantenere una redditività lorda ampiamente positiva, bensì nell’insostenibilità del contributo richiesto dalla legge a favore del Comune. Parliamo di cifre astronomiche: 66 milioni di franchi all’anno, oggi equivalenti a oltre 70 milioni di euro, un importo addirittura superiore all’intero fatturato aziendale e assolutamente fuori scala rispetto a qualsiasi standard nazionale o europeo. Il Tribunale ha infatti inquadrato il Comune non come un semplice creditore, ma come un “investitore”, chiarendo le dinamiche di un debito accumulato che sfiorava i 90 milioni di euro nel solo triennio 2013-2015.
Col senno di poi, l’interpretazione dinamica della situazione suggerisce che il fallimento avrebbe potuto essere evitato ricorrendo tempestivamente a un piano di ristrutturazione del debito già nel 2018. L’attuale amministrazione comunale, paradossalmente, si regge oggi sulla legge strutturale voluta proprio dalla giunta Piccaluga, che garantisce compensazioni per 300 milioni di euro in trent’anni per arginare il crollo del cambio euro-franco svizzero. Un quadro complesso che solleva inevitabili interrogativi sulle reali responsabilità del passato e che giustifica, almeno in parte, la recente e clamorosa decisione di sospendere l’arbitrato in attesa dei prossimi sviluppi legali.







