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Dirge of Cerberus: Final Fantasy VII compie 20 anni

Come dimenticare Dirge of Cerberus: Final Fantasy VII? Oggi 27 gennaio 2026 ne veniamo a parlare poiché in questa data sono scoccati esattamente vent’anni dalla sua uscita originale, un traguardo che ci costringe a fermarci non tanto per chiederci se fosse un bel gioco (la risposta, per la maggioranza, resta un secco “no”), ma per capire perché questo titolo continui a generare discussioni come pochi altri nella storia di Square Enix.

Due decenni non sono bastati per assolvere l’avventura solitaria di Vincent Valentine, ma nemmeno per condannarla all’oblio. Dirge of Cerberus resta lì, intrappolato in una zona grigia, testimone di un’epoca – il 2006 – in cui l’azienda giapponese viveva una profonda crisi d’identità. Erano gli anni in cui Final Fantasy smetteva di essere solo una serie di RPG per diventare un brand multimediale onnivoro: film, anime, prequel portatili e sequel improbabili. In questo contesto, prendere un personaggio opzionale e taciturno come Vincent e trasformarlo in un eroe d’azione non era un’idea folle, ma una conseguenza logica di quella fame di espansione.

Il problema, analizzato col senno di poi, fu l’esecuzione. Il gioco era un’opera perennemente in guerra con se stessa: voleva essere uno shooter in terza persona moderno per strizzare l’occhio all’Occidente, ma restava incatenato a una rigidità di design profondamente giapponese. Il risultato fu un ibrido macchinoso, con un sistema di combattimento che scontentava sia i puristi dell’azione che i fan del gioco di ruolo.

Eppure, ridurre Dirge of Cerberus a un semplice “fallimento tecnico” sarebbe ingiusto. Sotto quella scocca arrugginita si nascondeva un coraggio tematico raro. Vincent non era l’eroe solare o il ribelle carismatico; era un residuo bellico, un uomo distrutto dal senso di colpa e dalla scienza deviata. Il gioco scelse la via dell’inquietudine e della claustrofobia, trasformando l’epica classica in un percorso di espiazione doloroso.

Oggi, guardare indietro a quel titolo significa osservare un documento storico di un’industria che cercava di evolversi senza avere ancora gli strumenti giusti. Dirge of Cerberus ha fallito nel divertire, forse, ma è riuscito nel compito più difficile: non farsi dimenticare. È la dimostrazione che anche gli errori, le deviazioni maldestre e gli esperimenti cupi sono pezzi fondamentali per costruire la leggenda di una saga. E forse, la sua vittoria più grande dopo vent’anni è proprio questa: essere ancora qui a farci discutere.

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