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Il Congresso USA valuta la deducibilità fiscale totale delle perdite al gioco d’azzardo

Casinò in Virgina USA gioco

Una stretta di mano tra Democratici e Repubblicani potrebbe cambiare radicalmente, oggi 15 gennaio 2026, la vita fiscale dei giocatori americani. Al Congresso degli Stati Uniti è stata infatti avviata una significativa iniziativa legislativa bipartisan volta a correggere quella che molti definiscono una vera e propria distorsione del sistema tributario. La proposta, battezzata evocativamente “Full House Act” (Facilitating Useful Loss Limitations to Help Our Unique Service Economy Act), mira a ripristinare la vecchia norma federale che consentiva ai giocatori di dedurre al 100% le perdite di gioco fino all’ammontare delle vincite, evitando così il paradosso di dover pagare tasse su profitti inesistenti.

L’urgenza di questo provvedimento nasce in risposta a una recente modifica del codice tributario USA, inserita nel pacchetto di riforma noto come “Big Beautiful Bill”. Esso aveva ridotto la quota deducibile dal 100 al 90 percento. Una differenza apparentemente tecnica che però, secondo i critici, ha creato un’anomalia contabile ingiusta. Infatti con le regole attuali, un giocatore che chiude l’anno in pareggio paga comunque imposte su una porzione di reddito mai realmente incassato. Questo avviene poiché una parte delle perdite non può essere portata in detrazione.

I promotori del disegno di legge H.R. 6985, Steven Horsford del Nevada e Max Miller dell’Ohio, sottolineano l’importanza di questo correttivo. Due sono i punti importanti: il principio di equità fiscale, ma anche per la sopravvivenza economica dell’industria in interi stati. Horsford ha evidenziato come tassare denaro “fantasma” rischi di dirottare il turismo e i grandi eventi di gaming lontano da Las Vegas e dal Nevada. Se approvato, il “Full House Act” andrebbe a sanare la situazione per gli anni fiscali successivi al 31 dicembre 2025, riuscendo lì dove il precedente tentativo della deputata Dina Titus (il “Fair Bet Act”) aveva fallito, bloccato nelle maglie della burocrazia parlamentare.

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