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I videogiocatori non saranno rimborsati per gli extra costi causati dai dazi

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I recenti dazi statunitensi hanno inciso sul costo di diversi beni, tra cui le console da gioco, spingendo verso l’avvio di alcune class action nei confronti dei principali produttori del settore. Nonostante le compagnie siano riuscite a ottenere dei risarcimenti, giganti come Sony e Microsoft — al pari di Nintendo — hanno fermamente escluso qualsiasi intenzione di restituire tali somme ai consumatori, ritenendo le accuse prive di solide basi legali: oggi 4 settembre 2026, molte testate riportano le motivazioni delle aziende.

Per giustificare la richiesta di archiviazione delle cause legali, Sony ha sostenuto che l’acquisto volontario di beni al prezzo di mercato non configura alcun danno giuridicamente rilevante. L’azienda giapponese ha inoltre definito “speculativa e illogica” l’ipotesi che i rincari siano direttamente legati ai dazi, portando come prova l’ulteriore aumento dei prezzi registrato nel 2026, avvenuto paradossalmente proprio dopo la revoca dei dazi IEEPA. Secondo la società, se i tributi fossero stati la causa scatenante, i listini avrebbero dovuto subire un calo e non un nuovo incremento.

Dal canto suo, Microsoft ha adottato una linea difensiva simile in risposta a un’azione legale che l’accusava di incassare due volte i pagamenti dei dazi in modo ingiusto. La casa di Redmond ha ribadito che non vi è nulla di scorretto nell’acquisto di una console al prezzo pubblicizzato, in quanto l’utente ottiene esattamente ciò per cui ha pagato, a prescindere da considerazioni successive sui costi strutturali interni dell’azienda.

Nel panorama videoludico, l’unica eccezione rilevante è rappresentata da Panic, che ha invece scelto di rimborsare direttamente ai propri clienti i costi dei dazi relativi alla console Playdate.

 

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